Congedo parentale: cosa prevede la legge, le novità 2025 e come cambia il diritto alla cura dei figli

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Congedo parentale: cosa prevede la legge, le novità 2025 e come cambia il diritto alla cura dei figli

Il congedo parentale è oggi uno dei principali strumenti di sostegno alla genitorialità e di conciliazione tra vita privata e lavoro. Con le più recenti riforme, questo diritto ha subito modifiche sostanziali, in particolare sul piano della durata e dell’indennità economica. La Legge di Bilancio 2025, in continuità con le misure già adottate nel 2023 e nel 2024, ha introdotto ulteriori miglioramenti che puntano a incentivare l’uso del congedo anche da parte dei padri, rafforzando la condivisione delle responsabilità familiari. Il congedo parentale, così come riformato, si presenta oggi come un diritto rafforzato, economicamente più sostenibile e potenzialmente più equo nella distribuzione tra madri e padri. Tuttavia, perché questa trasformazione sia davvero efficace, è necessario che lavoratori e imprese conoscano le nuove regole, sappiano come applicarle e si dotino degli strumenti organizzativi per farlo.

Cos’è il congedo parentale e chi ne ha diritto

Il congedo parentale è disciplinato dal Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo Unico sulla maternità e paternità). Si tratta di un periodo di astensione facoltativa dal lavoro riconosciuto a entrambi i genitori — naturali, adottivi o affidatari — per prendersi cura dei figli nei primi anni di vita o di ingresso in famiglia. Il diritto spetta esclusivamente ai lavoratori e alle lavoratrici con un rapporto di lavoro dipendente in essere. In assenza di rapporto attivo (sospensione o cessazione), il congedo non può essere fruito. Le regole valgono anche per i genitori adottivi e affidatari, con decorrenze e limiti temporali adattati alla data di ingresso del minore nel nucleo familiare.

Durata massima e modalità di fruizione

La durata complessiva del congedo parentale è di 10 mesi tra i due genitori, che possono diventare 11 se il padre fruisce di almeno 3 mesi. In caso di genitore solo, il diritto arriva a 11 mesi complessivi. Il congedo può essere utilizzato in forma continuativa o frazionata, anche a singole giornate. È ammessa, ove previsto dalla contrattazione collettiva, la fruizione ad ore, modalità introdotta con la Legge 24 dicembre 2012, n. 228. I mesi devono essere utilizzati entro i 12 anni di età del figlio, oppure entro 12 anni dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento.

Le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2023, 2024 e 2025

Una delle modifiche più rilevanti degli ultimi anni riguarda l’entità dell’indennità economica durante il congedo parentale. Fino al 2022, il genitore aveva diritto al 30% della retribuzione per un massimo di sei mesi nei primi sei anni di vita del figlio. Dal 2023, l’indennità è aumentata con una logica incrementale, come indicato dalle Leggi di Bilancio successive.

Riepilogo dei cambiamenti:

  • Dal 2023: 1 mese indennizzato all’80% dello stipendio (per chi termina il congedo obbligatorio dopo il 31 dicembre 2022).
  • Dal 2024: 2 mesi indennizzati all’80%, sempre entro i sei anni del figlio.
  • Dal 2025: 3 mesi indennizzati all’80%, per figli nati, adottati o affidati a partire dal 1° gennaio 2025, oppure se il congedo obbligatorio si conclude dopo il 31 dicembre 2024.

Queste misure sono state rese operative dalla Circolare INPS n. 95 del 26 maggio 2025, che ha fornito le istruzioni applicative.

Chi può beneficiare del congedo parentale con indennità maggiorata

Il nuovo congedo parentale potenziato spetta a lavoratrici e lavoratori dipendenti nel settore pubblico e privato. Sono invece esclusi — se non da normative specifiche — i lavoratori autonomi, per i quali continuano ad applicarsi regole diverse, spesso meno favorevoli. L’indennità all’80% è limitata a tre mesi complessivi tra i due genitori e deve essere fruita entro il sesto anno di vita del bambino (o entro sei anni dall’ingresso in famiglia in caso di adozione/affidamento). Superato tale limite, torna ad applicarsi la retribuzione ordinaria del 30%, sempre nei limiti previsti dal D.Lgs. 151/2001.

Obiettivo delle riforme: favorire l’equilibrio tra i genitori

L’aumento dell’indennità non è solo una misura economica, ma anche un messaggio culturale. Il legislatore mira a promuovere una maggiore partecipazione dei padri alla cura dei figli, riducendo il divario di genere nell’uso dei congedi parentali. L’incremento della retribuzione nei primi mesi dovrebbe incentivare anche i lavoratori uomini a fruire del diritto, favorendo un modello più equo di condivisione familiare.

Impatti per aziende e lavoratori

Le novità normative richiedono alle imprese un adeguamento delle procedure interne, soprattutto nella gestione delle richieste e nella comunicazione con l’INPS. Particolare attenzione va posta alla programmazione delle assenze, alla corretta gestione amministrativa e alla conoscenza delle scadenze previste dalla normativa. Per i lavoratori, è fondamentale informarsi con precisione su tempistiche, modalità e limiti. La possibilità di frazionare il congedo, di utilizzarlo ad ore o in combinazione tra entrambi i genitori, rende lo strumento più flessibile ma anche più complesso da gestire.

Criticità ancora presenti

Nonostante i passi avanti, il sistema presenta ancora criticità. La distinzione tra lavoratori dipendenti e autonomi crea disparità di trattamento. La complessità normativa, unita alla frammentazione tra fonti di legge e circolari attuative, rende spesso difficile per i genitori comprendere appieno i propri diritti. Anche sul fronte aziendale non tutte le organizzazioni sono pronte a gestire efficacemente le richieste di congedo, soprattutto quando si tratta di fruizione a ore o distribuita nel tempo.


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