Associazioni sportive dilettantistiche: il nodo del lavoro sportivo è ancora aperto
La riforma del lavoro sportivo è in vigore, le norme ci sono. Ma per molte associazioni sportive dilettantistiche il D.Lgs. 36/2021 è ancora un cantiere aperto. A due anni dalla piena operatività, la sfida non è più capire cosa dice il decreto – è applicarlo correttamente nella gestione quotidiana. E la distanza tra la norma scritta e la realtà delle piccole realtà sportive dilettantistiche è, in molti casi, ancora significativa.
Il problema vero: qualificare correttamente il rapporto di lavoro sportivo
Prima della riforma, la gestione dei compensi sportivi era relativamente semplice: redditi diversi, soglia di esenzione, poca burocrazia. Il D.Lgs. 36/2021 ha cambiato la logica di fondo – e con essa gli adempimenti. Oggi ogni associazione che remunera atleti, allenatori, istruttori o tecnici deve chiedersi quale forma contrattuale utilizzare tra lavoro subordinato, lavoro autonomo e collaborazione coordinata e continuativa. Una scelta che non dipende dalla preferenza dell’associazione, ma dalle caratteristiche concrete della prestazione: continuità, autonomia, modalità di svolgimento, presenza o meno di un vincolo di subordinazione.
Sbagliare questa qualificazione non è un dettaglio amministrativo – espone l’associazione a contestazioni contributive e fiscali. Il sistema delle co.co.co. sportive, disciplinate dall’art. 28 del decreto, è diventato lo strumento più utilizzato nel dilettantismo, ma non è applicabile indiscriminatamente. Il coordinamento con il sistema federale di tesseramento aggiunge un ulteriore livello di complessità, generando sovrapposizioni interpretative che la giurisprudenza non ha ancora risolto in modo uniforme.
Soglie, contributi e adempimenti: la gestione amministrativa che cambia tutto
Sul piano operativo la riforma ha introdotto un doppio regime di esenzione che richiede monitoraggio costante. Fino a 5.000 euro annui i compensi sportivi sono esenti da contribuzione previdenziale – oltre tale soglia scatta l’obbligo di versamento alla Gestione Separata INPS. La soglia di esenzione fiscale è invece più alta: 15.000 euro annui, entro cui i compensi non concorrono alla formazione del reddito imponibile del lavoratore sportivo.
Gestire correttamente queste soglie – specialmente quando un lavoratore cumula compensi da più associazioni – richiede attenzione e strumenti adeguati. A questo si aggiunge l’obbligo di iscrizione al Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche, condizione necessaria per accedere alle agevolazioni fiscali previste per il settore e per applicare legittimamente la disciplina del lavoro sportivo. Per molte associazioni di piccole dimensioni, abituate a una gestione informale, si è trattato di un salto organizzativo tutt’altro che indolore.
Il quadro che emerge dopo due anni è quello di una riforma giusta nei principi – che ha finalmente riconosciuto dignità giuridica e tutele previdenziali a chi lavora nello sport – ma ancora impegnativa nella pratica. Le associazioni che hanno investito in una gestione professionale degli adempimenti stanno raccogliendo i benefici in termini di trasparenza e solidità organizzativa. Quelle che hanno rimandato rischiano di trovarsi esposte.

